“Carbon neutral nel food: quando è illegale (guida UE 2026)

“Carbon neutral”, “climate neutral”, “zero emissioni”.
Nel settore alimentare questi claim sono ovunque: packaging, pubblicità, report di sostenibilità. Il problema?
Dal punto di vista giuridico europeo, stanno diventando sempre più difficili da usare — e sempre più rischiosi.
Negli ultimi anni, l’Unione europea ha cambiato approccio: non si limita più a promuovere la sostenibilità, ma restringe drasticamente come può essere comunicata, con il risultato che molte dichiarazioni ambientali, soprattutto sulla carbon neutrality, rischiano oggi di integrare pratiche commerciali scorrette.
Cos’è davvero la carbon neutrality (e perché è un problema nel food)
In teoria, la carbon neutrality significa compensare le emissioni di CO₂ attraverso:
- riduzioni dirette;
- oppure meccanismi di compensazione (carbon offsetting).
Nel settore alimentare, però, questo schema si scontra con una realtà complessa:
- filiere lunghe e globali;
- emissioni distribuite (agricoltura, allevamento, trasporto, packaging);
- forte dipendenza da compensazioni esterne.
Nella maggior parte dei casi, un prodotto alimentare non è realmente “neutrale”, ma al massimo “compensato”.
Ed è proprio qui che nasce il problema giuridico.
La svolta UE: stop ai claim ambientali vaghi
Con la nuova normativa europea (direttiva 2024/825), cambia radicalmente il quadro:
- vietati i claim ambientali generici (“green”, “eco”);
- vietate etichette non certificate;
- forti limiti ai claim “carbon neutral”.
Non è più lecito dichiarare neutralità climatica se basata solo su compensazioni.
Questo principio segna un passaggio fondamentale:
la sostenibilità deve essere dimostrata, non dichiarata.
Il ruolo della Farm to Fork Strategy
La Farm to Fork Strategy punta a rendere sostenibile l’intera filiera alimentare, ma non introduce:
- un obbligo di “carbon neutrality” per i prodotti;
- né una definizione giuridica utilizzabile in etichetta.
Conseguenza:
la neutralità climatica resta un obiettivo politico, non un claim liberamente utilizzabile.
Perché “carbon neutral” è un claim ad alto rischio legale
Dal punto di vista giuridico, il problema non è solo tecnico ma strutturale.
1. È un claim assoluto
Comunica un risultato totale (“zero impatto”) difficilmente dimostrabile.
2. Si basa spesso su offsetting
Che l’UE considera insufficiente.
3. È poco comprensibile
Il consumatore medio non distingue tra:
- riduzione reale
- compensazione
Con il risultato di incorrere in un alto rischio di ingannevolezza.
Cosa possono fare davvero le aziende alimentari
Le imprese non devono smettere di comunicare la sostenibilità, ma devono farlo meglio.
Claim più sicuri:
- “riduzione del 25% delle emissioni”
- “impronta carbonica certificata”
- “filiera a basse emissioni”
Claim da evitare:
- “carbon neutral”
- “climate neutral”
- “zero emissioni” (salvo prova assoluta)
La differenza è semplice: specificità = sicurezza giuridica
Il vero cambiamento: dalla promessa alla prova
Il punto centrale è uno solo:
Non basta essere sostenibili. Bisogna dimostrarlo in modo preciso, verificabile e comprensibile.
Nel settore alimentare, questo significa:
- adottare metodologie scientifiche (LCA);
- documentare ogni fase della filiera;
- evitare semplificazioni comunicative.
Conclusione
La carbon neutrality nel food non è vietata in assoluto, ma è diventata:
un claim ad altissimo rischio legale
Chi continua a usarla senza basi solide rischia:
- sanzioni;
- contenziosi;
- danni reputazionali.
Chi invece si adatta al nuovo contesto può trasformare il vincolo normativo in un vantaggio competitivo, costruendo fiducia reale nel consumatore.
Casi pratici nel settore alimentare e nella comunicazione ambientale dei prodotti
Il caso Arla Foods (Danimarca / UE)
Il caso Arla Foods è stata oggetto di contestazioni da parte di associazioni ambientaliste e consumatori per l’uso di claim legati alla “neutralità climatica” e alla sostenibilità dei prodotti lattiero-caseari.
Profili critici:
- comunicazioni percepite come eccessivamente ottimistiche rispetto all’impatto reale della filiera lattiero-casearia;
- utilizzo di indicatori non sempre comprensibili per il consumatore medio;
- rischio di confusione tra riduzione delle emissioni e neutralità.
Rilevanza giuridica:
- il caso evidenzia come, anche in assenza di sanzioni immediate, si sviluppi una pressione regolatoria e reputazionale che anticipa l’intervento normativo UE;
- rafforza il principio secondo cui i claim ambientali devono essere proporzionati e contestualizzati.
Il caso Oatly (UE / Regno Unito)
La società Oatly (bevande vegetali) è stata oggetto di esame da parte dell’Advertising Standards Authority (ASA) nel Regno Unito per campagne pubblicitarie con forti claim ambientali (es. confronto tra latte vaccino e bevande vegetali).
Decisione (2021, ancora rilevante):
- alcune affermazioni sono state ritenute non sufficientemente dimostrate;
- richiesta maggiore chiarezza sulle basi scientifiche.
Principi rilevanti:
- i confronti ambientali tra prodotti devono essere:
- basati su dati verificabili;
- non semplificati in modo fuorviante;
- anche i prodotti “sostenibili” possono incorrere in greenwashing.
Un prodotto alimentare “carbon neutral” che confronti sé stesso con alternative deve dimostrare rigorosamente i dati LCA.
Il caso BEUC contro i claim “climate neutral” (2023)
Il BEUC ha pubblicato un report su prodotti di consumo (inclusi alimenti) che utilizzavano claim come:
- “climate neutral”
- “CO₂ neutral”
Conclusioni del report:
- tali claim risultano spesso intrinsecamente ingannevoli;
- basati prevalentemente su carbon offsetting;
- non comprensibili per il consumatore medio.
Impatto normativo:
- questo lavoro ha influenzato direttamente l’adozione della direttiva (UE) 2024/825;
- ha contribuito al divieto europeo di claim generici di neutralità climatica.
Interventi dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato su claim ambientali nel food
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha affrontato diversi casi di greenwashing in prodotti di largo consumo, inclusi alimenti e packaging alimentare.
Esempi tipici:
- uso di diciture come “eco”, “100% naturale”, “sostenibile” senza prova;
- comunicazioni ambientali non verificabili.
Principi consolidati:
- applicazione rigorosa degli artt. 20–22 Codice del Consumo;
- rilevanza della percezione del consumatore medio;
- necessità di prove scientifiche accessibili.
Anche se non sempre riferiti alla “carbon neutrality” in senso stretto, questi casi:
- costituiscono il fondamento applicativo per le nuove restrizioni UE;
- sono direttamente estensibili ai claim climatici.
Il caso European Commission – screening sui green claims (2020–2026)
La European Commission ha condotto uno screening su siti web e prodotti (inclusi alimenti), rilevando che:
- oltre il 50% dei claim ambientali risultava:
- vago,
- fuorviante,
- o non verificato;
- circa il 40% era completamente infondato.
Conseguenze:
- rafforzamento delle politiche anti-greenwashing;
- proposta della direttiva sui Green Claims (ancora in evoluzione).
Principi emergenti consolidati:
- Inidoneità del concetto di “carbon neutral” come claim semplice
→ troppo complesso per essere sintetizzato senza rischio di inganno. - Centralità della prova scientifica (LCA)
→ elemento imprescindibile per qualsiasi dichiarazione. - Diffidenza verso l’offsetting
→ non equivalente a riduzione reale. - Tutela rafforzata del consumatore alimentare
→ soggetto particolarmente sensibile a messaggi etici e ambientali.


